Con il nome di Peste Vermiglia (o Piaga delle Larve) viene ricordato ancora oggi come una serie di epidemie che colpirono, duramente e ripetutamente, il regno di Rilost, arrivando ad uccidere una buona parte della sua popolazione.

La prima epidemia partì a diffondersi dall’estremo corno meridionale del continente, il Corhad, per estendersi rapidamente in tutto il Teriador, lasciando dietro di sé una scia di fetore, morte e disperazione. Era l’anno 170 del Secondo Evo, e la città di Teriadost (già Runa, e in seguiti rifondata con il nome di Minur) fu scossa come una nave in mezzo ad una virulenta tempesta, uscendone quasi annientata.

Eppure, il primo anno del contagio parve che le montagne (i Picchi di Khalan a nord, e i Monti di Mezzo a ovest) riuscissero a contenere il morbo in un’area tutto sommato limitata, scomparendo dopo alcuni, terribili mesi, di devastazione.

Ma fu solo un’illusione. Un paio d’anni dopo il morbo riapparve al dì là dei monti, con gli stessi orrendi sintomi: piressia, improvvisi malori e svenimenti, piaghe virulente e maleodoranti, vomito, dissenteria, poi espansione repentina delle suddette piaghe a coprire quasi tutto il corpo, crollo drastico di tutte le percezioni (gusto, olfatto, vista, udito e tatto), e infine quasi sempre una morte orribile, tra atroci tormenti, putrefazioni e disfacimenti. Più raramente, una guarigione lenta e dolorosa, ma comunque quasi mai completa.

Fu così che, nel giro di tre anni dall’inizio del primo focolaio dell’epidemia, la Peste Vermiglia raggiunse la Piana d’Argento: interi villaggi furono annientati, mentre altri vennero abbandonati per cercare la salvezza verso occidente.

Infine il morbo, nell’anno 176 del Secondo Evo, colpì anche Anuril, e a nulla valse la decisione del Re, Nikodemus I, di sigillare impietosamente le porte della città: la peste non bussò e non abbatté fragorosamente i cancelli d’argento della città di Tharion, ma superò le mura con facilità, come il vento si insinua tra le imposte di una casa, e la malattia raggiunse ben presto i suoi cittadini.

I primi quattro mesi di contagio della capitale, per quanto sconvolgenti e terribili, non furono che l’anticamera della tragedia in cui stava cadendo la città e l’intero regno: poiché né i medici, né i chierici di Diriel, né le Guide di Tabata parevano in grado di aiutare i malati, le porte della case degli appestati venivano segnate con il cosiddetto “Marchio dell’Appestato” (una “A” segnata con del sangue di animale) e chiuse dall’esterno con assi e mura, per cercare di contenere la malattia. Ma, poiché questo non arrestò il virus, il quarto anno di contagio vide l’istituzione ufficiale delle “Pire Purificatrici”, ovvero grandi fuochi funebri, posti appena fuori dalle mura, dove tutti i cadaveri dovevano essere bruciati. Ma neppure questo placò la sete di morte del flagello.

Dal settimo mese dall’inizio dell’epidemia, Anuril vide un inasprimento dell’esasperazione e della violenza, e così furono direttamente le case degli appestati che vennero sigillate e bruciate (ovviamente compreso il malato e i suoi familiari) e questo causò numerosi incendi devastanti, soprattutto nei quartieri più poveri. Il Re impose la legge marziale, ma con scarsi risultati: entro i primi dieci mesi, almeno due cittadini su tre erano morti in preda agli incendi o alla malattia, e la Guardia Cittadina era scivolata nel caos, mentre i cavalieri di Tharion erano più che dimezzati, e nessuno pareva più in grado di mantenere l’ordine all’interno delle mura. E la situazione nei villaggi della Piana d’Argento non era certo migliore. Sembrava che, debellato un focolaio di peste, ne comparissero altri.

L’undicesimo mese di epidemia ad Anuril la situazione era talmente disperata che l’Università Reale chiuse i battenti, nonostante in molti sperassero che qualche antidoto potesse essere trovato proprio presso quelle sale.

Il dodicesimo mese un incendio rase al suolo quasi totalmente il quartiere meridionale, e la popolazione di Anuril si era ridotta ad essere meno di un decimo rispetto a quella precedente l’inizio dell’epidemia.

Dopo quindici mesi, la città era del tutto in ginocchio: gli incendi erano all’ordine del giorno (tre fuochi in un mese, nel cuore della città, arrivarono a danneggiare gravemente persino la Cattedrale di Tharion). Si dice che i malati (vivi o morti) fossero ammassati in enormi cumuli, sia nei vicoli che nelle Case della Salute, e che la chiusa del Grande Canale fosse completamente ostruita dai cadaveri. Qualcuno narra che l’odore di putrefazione arrivasse fino al bosco di Tabrethil, eppure l’epidemia non pareva aver ancora raggiunto il suo picco di gravità e mortalità, tanto che il sedicesimo mese Nikodemus I diede l’ordine di sigillare dall’interno (murandoli) tutti gli ingressi alla Cattedrale, dopo aver accumulato all’interno le ultime scorte di cibo presenti in città. Gli abitanti di Anuril, inferociti dal gesto del Re (che di fatto li abbandonava al loro destino), assalirono la Cattedrale, ma furono respinti dagli arcieri presenti sulle torri. Questo episodio è considerato uno dei più tristi e vili dell’intera storia del regno di Rilost, ed è noto come “la Vergogna di Tharion”, e ben dimostra l’ignominia del sovrano e la bassezza raggiunta allora dall’Ordine dei Cavalieri.

Ormai gli incendi, le razzie, gli omicidi e i furti (spesso per un semplice tozzo di pane) avvenivano quotidianamente, e nessuno era più in grado di contrastare questa apparentemente inarrestabile decadenza dell’intero regno: nessuno coltivava la terra, pascolava gli animali o commerciava, e la popolazione era affamata, disperata e alla completa mercé di bruti e banditi.

Infine, il diciassettesimo mese dall’inizio del contagio ad Anuril, i cittadini in rivolta riuscirono a sfondare le porte della Cattedrale, senza che nessuno dalle mura li respingesse, e un’agghiacciante spettacolo si presentò ai loro occhi: tutti i suoi occupanti avevano contratto la Piaga, e nessuno era sopravvissuto, compreso Nikodemus I. Si dice che, nelle riserve d’acqua della Cattedrale, venne trovato un corpo umano appestato, e si narra che fosse quello del più giovane dei due Gazzabianca, Rufius, sopravissuto alle spade dei Cavalieri.

Tutto ciò, infatti, accadeva durante il periodo cosiddetto “dei Tre Re”, quando tre diverse fazioni (i Gazzabianca, gli Ombrafulva e l’Ordine dei Cavalieri di Tharion) si contendevano il trono di Rilost. La leggenda vuole quindi che sia stato proprio Rufius Gazzabianca ad avvelenare la cisterna, riuscendo chissà come a gettarsi in un pozzo dopo aver scoperto di essere stato contagiato dall’epidemia, con lo scopo di uccidere Re Nikodemus, che una ventina di anni prima aveva dato l’ordine di sterminare lui e la sua famiglia.

Qualunque sia la verità, in seguito fu Asvel degli Ombrafulva a salire saldamente sul trono, con il nome di Asvel III, e la malattia perse il suo vigore e in pochi mesi scomparve del tutto, sia dalla capitale che dai villaggi della Piana d’Argento, quasi a dimostrare l’apprezzamento degli Dei per questa scelta, e nel contempo quale fosse il motivo dell’origine della Peste: evidentemente la corruzione morale del regno, prima di essere estirpata e purificata, doveva essere rispecchiata dal disfacimento fisico dalla malattia, come puntualmente avvenne.

In seguito, con il Primo Consiglio di Anuril (del 226) e la stesura della Carta della Giustizia e il Codice dei Cavalieri, l’Ordine di Tharion venne completamente rifondato, affinché il Regno non potesse mai più cadere nel baratro dell’ ingiustizia. Quando, cinquant’anni più tardi, Asvel III morì alla veneranda età di ottantatre anni, venne ricordato come colui che allontanò la Peste Vermiglia, nonché uno dei più amati sovrani dell’intera storia di Rilost.

 

Documento stilato, dopo accurate e meticolose ricerche, da sir Galber da Minur, cronachista e traduttore.

Written by totoro19473